Giuliano Taccola e quella morte che non ha avuto ancora giustizia

Nell’inverno del 1969, Giuliano Taccola inizia ad accusare continui malesseri: febbre alta, stanchezza, controlli medici ripetuti. I dottori gli prescrivono riposo e, dopo vari esami, attribuiscono i sintomi a una tonsillite. Nel frattempo l’allenatore della AS Roma, Helenio Herrera, sostiene che il giocatore sia in condizioni accettabili e lo schiera comunque, convinto che i medici stiano esagerando.

L’attaccante viene operato alle tonsille, ma la convalescenza si rivela complicata: dopo ogni allenamento la febbre ritorna, più forte di prima. Il 16 marzo 1969 diventa il giorno della tragedia. A Cagliari la Roma pareggia 0-0; Taccola non gioca ed è in tribuna, ancora febbricitante. A fine partita scende negli spogliatoi per salutare i compagni, ma viene colto da un improvviso malore. In pochi minuti entra in coma e muore a soli 25 anni sull’infermeria dello Stadio Amsicora, tra la disperazione generale. Toscano di Uliveto Terme, lascia la moglie e due figli. Quel ragazzo velocissimo — capace di correre i cento metri in undici secondi — e dotato di grande istinto del gol scompare in circostanze assurde.

Herrera spinge affinché la squadra rientri subito a Roma: dopo pochi giorni c’è una partita di Coppa Italia da disputare, anche se il corpo di Taccola deve restare in Sardegna per gli accertamenti. Tre giocatori, però — Franco Cordova, D’Amato e Angelo Sirena — si oppongono alla decisione e restano accanto alla salma dell’amico. Su Herrera si concentrano le accuse di molti compagni: avrebbe forzato il recupero del calciatore, spingendolo ad allenarsi e giocare nonostante le condizioni precarie.

Nel 2005, Giacomo Losi riporta il caso all’attenzione pubblica con una testimonianza alla trasmissione Rai Dribbling: racconta che il chirurgo aveva vietato a Taccola alcune sostanze per possibili problemi cardiaci. La mattina della partita il giocatore avrebbe provato a scendere in campo, ma confessò a Herrera di non farcela e andò in tribuna. Dopo il match, però, volle comunque raggiungere la squadra negli spogliatoi per festeggiare. Era felice, dissero i compagni, ma dopo pochi minuti iniziò a lamentarsi: “Mi sento male, mi gira la testa”. Lo stesero sul lettino e gli praticarono la solita iniezione. Subito dopo l’iniezione ebbe alcuni spasmi e rimase immobile.

A quasi sessant’anni di distanza, quella morte non ha ancora una verità definitiva né responsabili riconosciuti. Per la famiglia Taccola, la giustizia non è mai arrivata.

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